Claudio Zali, presidente del Consiglio di Stato del Ticino e membro della Lega, era ormai da diverse settimane al centro di una crisi politica. Tutto è iniziato con la diffusione di una registrazione audio in cui lo si sente incoraggiare un’amica a picchiare qualcuno che la molestava, proprio come lui stesso affermava di aver fatto. Lo scandalo è stato sufficiente a spingerlo a presentare le dimissioni dalla carica di presidente del Governo cantonale.
Poi, a metà agosto, la donna che aveva pubblicato quell’audio è stata ritrovata senza vita nel lago di Lugano, a Melide. Le autorità hanno concluso che si è trattato di un incidente. Qualche giorno prima aveva subito una grave aggressione. Il contesto ha reso il tutto ancora più inquietante di quanto non fosse già.
Questa settimana, la Procura del Ticino ha avviato un nuovo procedimento penale contro Zali: questa volta per violenza sessuale, in relazione a fatti risalenti a diversi anni fa. E c’è dell’altro: aveva già un altro procedimento a suo carico per aver tentato di esercitare pressioni sulla magistratura affinché fosse rilasciato il figlio minorenne di un’amica che si trovava in custodia cautelare. Zali nega tutto e contesta le accuse.
Il Governo del Ticino si è riunito in seduta straordinaria e gli ha chiesto formalmente di dimettersi con effetto immediato. Lui, per il momento, non ha risposto. In Svizzera, questo genere di vicende di solito scompare dai giornali nel giro di tre giorni. Questa, invece, va avanti da settimane. E non sembra essere finita.