Martedì 28 luglio, il Tribunale distrettuale di Zurigo è stato teatro di una scena che non si vede tutti i giorni. Un uomo di 53 anni, elettricista ungherese, accusato di aver ucciso a coltellate il gestore di un bar sulla Langstrasse nel 2023, è arrivato in aula accompagnato da due paramedici e su un letto medico. È in cure palliative a causa di un cancro in fase terminale. Il tribunale lo ha ritenuto idoneo a comparire perché, secondo il giudice, era «sufficientemente orientato nel tempo e nello spazio». La scena ha qualcosa di surreale: un uomo che forse non arriverà a vedere il verdetto, disteso sul banco degli imputati mentre il pubblico ministero chiede 16 anni di reclusione e successivo internamento.
Il quadro del caso non semplifica le cose. I periti hanno concluso che l’imputato soffre di schizofrenia paranoica. Credeva di essere alla ricerca di una donna africana di nome Debora e del suo presunto figlio, ed era convinto che il personale del bar gli nascondesse delle informazioni. Davanti al giudice ha negato tutto: di essere stato al Lugano-Bar, di essere stato a Zurigo quella notte, di aver ucciso qualcuno. «Non ho commesso alcun omicidio». La difesa chiede l’assoluzione per incapacità di intendere e di volere. Il verdetto sarà pronunciato in un secondo momento.
Ciò che rimane di questa immagine è la domanda che aleggia in ogni aula di tribunale quando il sistema si trova di fronte a qualcuno che chiaramente non era in grado di giudicare se stesso: quando la malattia mentale e la responsabilità penale vanno nella stessa direzione? In Svizzera, la risposta passa sempre attraverso la perizia psichiatrica. E a volte tale perizia consiste in 114 pagine redatte dopo tre ore di colloquio, come ha criticato la difesa in questo caso.